Blog

Artrite Reumatoide: un po’ di storia

La prima inequivocabile pubblicazione in cui è possibile riconoscere la patologia che oggi conosciamo come Artrite Reumatoide (AR) è relativamente recente e risale a poco più di due secoli fa.

A parlarne fu Augustin Jacob Landrè-Beauvais nella sua tesi di dottorato. 

Medico dell’Ospedale della Salpêtrière di Parigi,Augustin descrisse nel 1800 una malattia reumatica che definì con il nome di “gotta astenica primitiva” ma che risultava ben diversa dalla gotta: colpiva soprattutto il sesso femminile, era poliarticolare, mostrava deformità articolare e progressione cronica.

Fino ad allora, la gotta sembrava essere la malattia articolare più nota e le altre patologie erano spesso descritte in termini di analogia o differenza da quello che si poteva considerare come prototipo delle reumoartropatie.

In seguito l’Artrite Reumatoide venne sempre più riconosciuta e comparvero anche come rappresentazioni le prime immagini, a dimostrare le deformità tipiche degli arti.

Nel 1853 Jean-Martin Charcot, un neurologo francese, segnalò dolori notturni, confermando l’esordio alle piccole articolazioni distali e descrisse l’alternanza di fasi acute e di fasi remissive. Charcot, inoltre, documentò il primo rilievo epidemiologico della malattia: colpiva il 5% dei pazienti ricoverati nell’Ospedale della Salpêtrière di Parigi e, a conferma di questi dati, propose di eliminare il termine equivoco di “gotta” e suggerì la denominazione di “Reumatismo cronico primario” che doveva poi essere adottata dalla letteratura medica fino a dopo la seconda guerra mondiale, quando poi, prese il sopravvento la cultura scientifica anglosassone.

Dopo aver rispolverato un po’ queste considerazioni iniziali, sembrerebbe che le prime testimonianze siano ancora precedenti e può essere interessante andare a ritroso e cercare di stabilire cosa si sapesse dell’Artrite Reumatoide prima del 1800.

È doveroso, tuttavia, fare una piccola premessa poiché le poche citazioni che si possono estrapolare della letteratura medica lasciano molti dubbi per la loro genericità di informazione.

Scarsi, sono anche i riferimenti negli autori antichi (Ippocrate, Areteo di Cappadocia e Sorano di Efeso), solo qualche accenno di opere reumatologiche dell’inglese William Musgrave agli inizi del Settecento [De Arthritide Symptomatica e De Arthritide Anomala] ma nulla di più.

Anche nella letteratura non medica, tra i personaggi storici che hanno sofferto di questa malattia vanno ricordati Giuseppe Garibaldi e il pittore Pierre Auguste Renoir.

Giuseppe Garibaldi, definito il comandante della forza militare più travolgente dell’Italia, nacque a Nizza il 4 luglio 1807 da una famiglia di tradizione marinara. 

Al rientro dall’esilio sudamericano(1848), il nizzardo portò con sé un’ impareggiabile esperienza di guerrigliero, la leggendaria camicia rossa (segno distintivo di Garibaldi e dei suoi volontari), la fama di incorruttibile e un’ARTRITE REATTIVA che lo avrebbe accompagnato per il resto dei suoi giorni e per la quale, all’epoca, non esistevano ancora rimedi efficaci.

Quando il 2 giugno 1882, nella sua amata Caprera, esalò l’ultimo respiro, il medico che ne esaminò il corpo annotò: “…dando uno sguardo alle mani e ai piedi del generale si provava una stretta fortissima al cuore tant’è sì gravi erano le deformazioni prodotte dall’artrite. Le falangi superiori delle dita erano rattrappite, contorte, le une si accavallavano alle altre…le articolazioni delle ginocchia, di molto ingrossate, non permettevano quasi più all’illustre vegliardo di piegarsi e le vertebre cervicali anchilosate gli toglievano la possibilità di muovere il collo…”.

Tuttavia, anche se il suo aspetto esteriore non era più quello di un eroe, e forse non lo fu mai visto che era piuttosto basso e tarchiato, il suo coraggio e il suo spirito leonico lo resero il condottiero che oggi conosciamo.

Di artrite reumatoide soffrì nel corso degli ultimi 25 anni della sua vita, il grande pittore francese Pierre Auguste Renoir (1841-1919).

Dietro i colpi di colore brevi e rapidi tipici dell’artista, egli rimane tra i pittori simbolo della corrente impressionista di fine Ottocento ma con un piccolo segreto nascosto: l’Artrite Reumatoide.

Una malattia invalidante allora mancante di una terapia efficace, che per oltre vent’anni deformò gravemente le mani, le braccia e le spalle dell’artista, “regalandogli” in cambio uno stile inconfondibile, fatto di macchie e sfumature di pittura stese con colpi corti e rapidi. 

L’aggressività dei sintomi costrinse l’artista ad adattare alla patologia il suo modo di dipingere. Avendo le dita di entrambe le mani ripiegate su se stesse, imparò a impugnare e muovere il pennello a scatti, tenendolo tra indice e medio, nel primo spazio metacarpale e, poiché le spalle non gli permettevano di arrivare alla parte più alta della tela, per raggiungerla montò sul cavalletto speciali cilindri, sui quali la tela potesse scorrere all’occorrenza. Così, nonostante la malattia gli erodesse progressivamente le articolazioni, Renoir dipinse fino alla morte.

Fino ad una ventina di anni fa, tuttavia, anche le indagini paleopatologiche avevano dato risultati molto scarsi. I pochi altri casi di possibile AR, infatti risalgono quasi tutti agli anni Ottanta. 

A questo punto tutto sembrava confermare il carattere “recente” della malattia, a meno di non pensare che essa fosse presente anche prima del 1800, ma segregata in qualche area isolata, e comunque estranea al Vecchio Mondo (Europa-Asia-Africa). 

In effetti, uno dei pochi e forse più sicuri reperti paleopatologici di AR relativamente “certa”, com’è stato appena segnalato, apparteneva ad uno scheletro pre-colombiano, rinvenuto in Alaska. Proprio partendo da questa ipotesi, il reumatologo americano Bruce Rothschild ha iniziato, una ricerca sistematica su tutto il materiale rinvenuto nelle necropoli e conservato nei musei statunitensi. La sua équipe, ha identificato un numero consistente e crescente di scheletri, in cui si poteva documentare la presenza di elementi compatibili con la diagnosi di AR.

La datazione al radio-carbonio (metodo di datazione basato su atomi di Carbonio) ha poi consentito di stabilire che i reperti più antichi risalivano a circa 4500 anni fa. 

A questo punto, nulla vieta di ipotizzare che la malattia abbia “attraversato” l’Atlantico, per essere “scoperta”, com’è stato prima detto, a Parigi nel 1800. 

Condividi su facebook
Facebook
Condividi su twitter
Twitter
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su whatsapp
WhatsApp
Condividi su email
Email